Pubblichiamo il testo di una recente intervista all’avvocato Angelo Pisani, fondatore del 1523.it-Contatto Antiviolenza, sul suo ultimo libro di successo “L’altra violenza”
Avvocato Piani, chi sono questi uomini di cui si parla così poco?
Sono uomini comuni, che svolgono ogni genere di professione, di ogni ceto sociale ed ogni livello socioeconomico. Sono persone che hanno sentimenti, educazione, dignità. E che hanno dei valori radicati, come il senso ed il rispetto per la famiglia. Persone che rifiutano la violenza, e che, quando la subiscono da una donna, sono indifesi rispetto alle violenze psicologiche e, più spesso di quanti si possa immaginare, anche da quelle fisiche.
Perché soffrono e perché fanno fatica a chiedere aiuto?
Sono uomini che molto spesso si vergognano di ciò che subiscono, per questo non denunciano. Che spesso per amore dei figli preferiscono sacrificare sé stessi. Che difendono la propria famiglia come valore. E che subiscono anche l’umiliazione non solo di non essere creduti, ma anche di essere discriminati dalle stesse istituzioni che dovrebbero tutelarli. Che devono ascoltare che un Ministro della Repubblica li definisca un fenomeno “residuale”. Cittadini cui è letteralmente negato il diritto di chiedere aiuto.
È vero che a molti uomini è stato insegnato a “tenere tutto dentro”?
Sicuramente sì. Sono stereotipi difficili da superare. Un uomo deve essere forte, non deve lamentarsi, deve subire senza chiedere, deve rispettare le donne, e, appunto, deve tenersi tutto dentro. Fa parte della nostra educazione, di una tradizione e anche di un’idea distorta di normalità. Un uomo si vergogna nel raccontare di aver subito violenza da una donna; per una donna, al contrario, essere una vittima fa guadagnare consensi. Una donna abusata non viene messa in discussione nella propria femminilità. Un uomo abusato vede messa in discussione la propria virilità. E poi esiste la paura, una delle più diffuse è quella di essere privato dei propri figli
Cosa fa concretamente 1523.it?
Il 1523 prova a colmare un gravissimo vuoto ed una violazione accecante della Costituzione: lo scandalo del servizio 1522. Lo Stato ha creato uno strumento di sostegno delle vittime di violenza che dovrebbe tutelare tutti i cittadini. Ma al contrario, malgrado ogni evidenza, tutela solo le vittime di sesso femminile: la violenza subita dagli uomini è definita dallo stesso Ministro un fenomeno “residuale”. Ma non è finita. Seppure “residuale” non merita alcuna tutela, e, a scanso di dubbi, ne affida la gestione, finanziandola molto generosamente, ad una associazione, “Differenza Donna” che già nella propria stessa denominazione anticipa la propria parzialità. Noi cerchiamo di fare semplicemente lo stesso lavoro del 1522, ma senza alcun finanziamento statale e confidando solo sul volontariato, sulla nostra buona volontà e sul senso civico.
Chi chiama, cosa trova dall’altra parte?
Trova innanzitutto qualcuno che lo ascolta. Che non lo giudica. Che cerca innanzitutto di comprendere i fatti e di indirizzare la persona all’interlocutore più adeguato. Che possono essere le forze dell’Ordine, avvocati, psicologi, medici o i Servizi Sociali. Non va dimenticato che la discriminazione del cosiddetto servizio 1522 non è solo operata verso gli uomini, ma anche verso i soggetti LGBTQIA+ che subiscono violenza ed hanno la sfortuna di essere censiti come genere maschile. Anche loro, non essendo di “puro genere femminile”, non hanno diritto alla tutela dello Stato. Sembra incredibile, ma è tutto sotto gli occhi del mondo.
Che tipo di richieste ricevete più spesso?
Le richieste più frequenti sono sicuramente quelle di violenza psicologica subita o all’interno di una relazione o nel corso di una separazione. Un altro fenomeno estremamente preoccupante è quello delle denunce strumentali nel contesto del Codice Rosso, che rappresentano un abuso grave del sistema giudiziario. Si tratta di denunce false o esagerate, presentate non per ottenere giustizia, ma per conseguire vantaggi personali come una separazione o una causa di affidamento dei figli. Questo fenomeno produce effetti negativi su più fronti: mina la credibilità delle vere vittime di violenza, rendendo più difficile distinguere i casi autentici da quelli inventati e, dall’altro, espone l’accusato ingiustamente a misure cautelari immediate, con conseguenze pesanti sul piano personale, sociale ed economico.
Ci sono molte associazioni che collaborano con voi o è ancora un lavoro solitario?
Siamo in contatto con molte associazioni che si occupano dello stesso fenomeno. Al momento non esiste però un coordinamento. E questo è l’aspetto negativo. Quello positivo è che vi è un’onda crescente di attenzione verso la violenza subita dagli uomini. Il numero di persone che trovano il coraggio di denunciare e di agire è in forte crescita. E questo anche perché sono sempre più numerose le possibilità di essere ascoltati. Nel frattempo ognuno cerca di fare del proprio meglio
Perché si parla poco di “violenza sugli uomini”?
Ovviamente perché la tendenza è, credo ancora per poco, quella di cavalcare “la violenza sulle donne”. Qualcuno ritiene così di poter rosicchiare qualche discutibile consenso, pur sapendo di alimentare conflitti e ulteriore violenza. Si crea il fenomeno, così tutti ne parlano, gli opinionisti si scatenano, i media ci nuotano, si fanno trasmissioni, dibattiti. E spesso sono i dati oggettivi, le analisi affidabili al cedere il passo alle esigenze del circo. La percezione diviene più importante della verità. Basti vedere le aberrazioni fatte con le statistiche, alterate senza pudore. Il rischio è che però si vada nel senso opposto. La violenza non è un fenomeno di genere e va combattuta come mentalità, come inclinazione e come strumento. Il 1523 nasce per superare le discriminazioni agite dal 1522, non per riproporle in senso inverso.
È solo una questione di numeri o c’è anche difficoltà a riconoscerla?
I numeri, se letti in modo serio ed intelligente descrivono i fatti. Ed i fatti sono che quelle che dovevano essere delle misure di contenimento della violenza hanno invece peggiorato la situazione. Di fatto è stata letteralmente creata una specie guerra tra maschi e femmine, anche nelle case, e gli episodi di violenza si sono moltiplicati invece che diminuiti. Se io creo un servizio solo a favore delle donne posso solo attivare conflitto. Vado a scatenare individui di entrambi i sessi che sono inclini alla violenza, a prescindere dal proprio genere. In psicologia sono ben conosciute le dinamiche proprie della violenza, e non c’entrano assolutamente nulla con il proprio sesso, se non per le modalità con le quali vengono agite di preferenza.
Quando si affronta questo tema, perché si crea subito tensione?
Si genera tensione ogni volta che si creano, spesso ad arte, contrasti, dibattiti, controversie di tipo divisivo. Posso suscitare tensione anche parlando di sport. Basta creare un qualsiasi tema o una qualsiasi questione che sia divisiva. In modo che le persone a qualsiasi livello possano prendere una delle due posizioni. Tutto viene costruito sulla divisione e sul contrasto. Finché poi il pubblico non perde interesse e l’attenzione cala. Nel caso specifico quindi la gente è invitata a dare “ragione” in modo demenziale ai maschi o alle femmine, e la tensione è conseguenziale, come avviene in un talk show. Chiaramente un simile approccio dovrebbe essere ben lontano dagli interessi dello Stato, che al contrario dovrebbe promuovere una serenità sociale. Ma lo Stato è fatto di forze politiche, che al contrario promuovono lo scontro per contendersi il consenso. Tutto qui
Cosa scatta, secondo te, nell’opinione pubblica?
L’opinione pubblica tende ad andare dove crede vada la maggioranza. Si crea il colpevole di turno, che sia una persona, una categoria sociale, un’etnia, una religione e tutti seguono il gregge. Si crea una sorta di identità fittizia ed immaginaria: “la gente”. Che, come se avesse un’opinione unica e coerente, prende posizione e ghettizza chi non si accoda. Un grande gioco di specchi dove l’opinione pubblica è semplicemente influenzata dai media o viene appunto impegnata in questioni divisive, che sono appunto quelle che polarizzano maggiori energie. Dinamiche pur comprensibili, ma che lasciano, come effetti collaterali, sofferenze, vite, sangue, devastazioni. Prezzi troppo alti per essere pagati. Noi a questo abbiamo scelto di opporci, invitando a vedere le cose con un minimo di oggettività.
Raccontare anche questa sofferenza rischia davvero di togliere spazio a qualcuno?
Raccontare la sofferenza, svelare la realtà non toglie spazio se non a chi è nemico della verità. A chi ha interesse a distorcere la realtà per un proprio tornaconto. Bisogna avere il coraggio di opporsi alla distorsione o all’alterazione. Ed alle letture parziali. E soprattutto bisogna opporsi a tutto ciò che attiva il conflitto tra gruppi sociali, comunque identificabili. Promuovere le risse nei programmi televisivi porta facilmente agli scontri nelle piazze. O nelle case. Non posso farlo per guadagnare pubblico. Piuttosto è necessario promuovere l’idea che è necessario comprendere a fondo i fenomeni. Studiarli bene per ottenere dei risultati di giustizia. E combattere soprattutto l’ignoranza, che è la prima matrice di qualsiasi conflitto.
Oppure è il modo in cui ne parliamo che cambia tutto?
Certo che il modo con cui si parla di qualcosa cambia tutto. Puntare il dito, proiettare sull’altro tutto il male proponendosi come paladini del bene è evidente che non può portare a delle soluzioni efficaci. In un confronto è fondamentale innanzitutto approfondire la propria posizione per comprendere quella dell’altro ed infine identificare le dinamiche che sono tossiche e non funzionali al vivere civile. Ecco perché è così importante non fare gli stessi errori di chi ci ha preceduto: dire che le donne sono violente e non gli uomini significa solo rovesciare il problema. Senza risolverlo. Bisogna affrontare il tema della violenza delle relazioni. Perché è urgente.
Cosa significa dire che “la violenza non ha genere”?
Esiste una ricchissima letteratura che si è occupata della violenza. In filosofia, in psicologia, in sociologia ed in molti altri ambiti. Che si è domandata perché un essere umano può diventare violento. E sarebbe davvero impensabile condensarla in una risposta semplice. Forse uno di questi meccanismi, come dicono gli psicologi, è la proiezione: quello che non accettiamo di noi stessi lo odiamo negli altri, lo mettiamo fuori di noi per poi tentare di distruggerlo, perchè non vogliamo riconoscerlo. Una cosa è però certa. La violenza non è una prerogativa maschile o femminile: possono esserlo le modalità di espressione della violenza, ma non la violenza stessa.
Parliamo di resilienza: quanta ne ha avuta finora l’uomo nel silenzio?
La stessa nascita del 1523 è esattamente un prodotto di questa resilienza. Nel momento in cui creo una pressione, un’ingiustizia, uno squilibrio ovviamente genero una forza, un movimento, un’energia che sorge limpida, pulita proprio come espressione di resilienza. L’aspetto grave è che sia uno stato democratico a generare un simile fenomeno, e con motivazioni discutibili. Per lo stesso principio, non mi stancherò mai di ripeterlo, è importate non commettere gli stessi errori combattendo le radici del problema, non alimentandole.
E quanta ancora gliene stiamo chiedendo prima di permettergli di dire semplicemente: “Ho paura”?
Ormai il livello di tolleranza è stato superato. Il permesso sociale è stato ormai dato. E noi lo vediamo nei numeri. Ormai non si torna più indietro. Si consolida una cultura in cui la violenza va denunciata, va affrontata, a prescindere dal proprio sesso. E vedremo in tempi brevi che questa visione finalmente equilibrata arriverà non solo all’opinione pubblica come già sta avvenendo. Ma anche alle istituzioni, alla magistratura, a tutti coloro che hanno il dovere di tutelare i diritti e la legalità. Ma, anche se sembra assurdo, sarà il crollo della bolla mediatica a dare a tutti il permesso di guardare le cose come stanno.
E una domanda personale: Se un bambino cresce sentendosi dire “non piangere”, quanto tempo gli servirà, da adulto, per imparare a chiedere aiuto?
Potrebbe non bastare una vita, se, per esempio, non ci si rivolge ad uno psicoterapeuta o a qualcuno che accenda la luce. Siamo tutti pieni di convinzioni che ci portiamo dall’infanzia. Non devi piangere, non avere paura, devi essere forte, ce la devi fare da solo, non è mai abbastanza. Se uno ci pensa sono credenze senza una logica. Che in qualche modo ci sono state proposte da bambini e su cui non ci siamo mai fermati a riflettere sulla effettiva validità. Per cui le diamo per scontate. Anche per questo nella nostra squadra non mancano professionisti della salute mentale, che a volte servono proprio ad accendere una candela nel buio.


