Pubblichiamo l’Editoriale dell’avv. Angelo Pisani sull’inchiesta di Milano che sta “terremotando” la Serie A ed il testo completo della diffida inviata dal Legale alle massime autorità competenti.
C’è un momento preciso in cui il tradimento diventa sistema. Non è quando un arbitro sbaglia — gli errori appartengono all’umano. È quando gli errori seguono una direzione. Quando le sviste hanno sempre lo stesso verso. Quando il fischietto diventa strumento e non arbitro, complice e non giudice. Quel momento, in Italia, è adesso.
Lo sport è una delle poche cose rimaste in questo Paese capaci di unire. Capaci di far piangere di gioia un operaio e un professore universitario seduti sullo stesso settore, di far abbracciare uno sconosciuto come se fosse un fratello. Lo sport parla il linguaggio più antico del mondo: quello della lealtà, della fatica, del merito.
Per questo qualsivoglia violazione nello sport non è solo un reato. È un sacrilegio. È il furto dell’innocenza collettiva. È la violenza contro qualcosa di sacro.
E quello che sta accadendo nel calcio italiano — con le prime indagini della Procura della Repubblica di Milano sui vertici dell’AIA ancora non estese all’ultimo campionato, con gli scandali che si accumulano partita dopo partita, con le designazioni arbitrali che puzzano di accordo a distanza — non è uno scandalo come gli altri. È l’atto finale di un sistema che si è mangiato se stesso, nonostante Calciopoli che nessuno voleva vedere .
Il coraggio di chiamare le cose col loro nome
Lo chiamo con il suo nome: male. Lo chiamo con il suo nome: interessi. Non «episodi», non «errori tecnici», non «valutazioni arbitrali discutibili». Queste parole sono il linguaggio della complicità, il vocabolario di chi copre, di chi sa e tace, di chi preferisce la pace dei cimiteri al clamore della verità.
Ho visto Atalanta-Napoli. Ho visto Napoli-Inter. Ho visto Juventus-Inter. Ho visto Como-Inter. Ho visto quello che hanno visto milioni di tifosi italiani davanti ai loro schermi, nelle curve, nei bar di periferia. E mi sono vergognato. Non per il risultato , non per la sconfitta — la sconfitta è parte dello sport. Mi sono vergognato per l’indecenza dello spettacolo, per il coraggio con cui si osa chiamare «calcio» ciò che calcio non è, come aveva il coraggio di dire il mio amico Diego Armando Maradona prima di tutti e senza mai accettare compromessi.
Mi sono vergognato soprattutto del silenzio delle istituzioni e del limite e censura della giustizia sportiva che non ammette diritti e difesa . Degli allenatori che abbassano la testa. Dei presidenti che si mordono la lingua. Dei commentatori televisivi che descrivono la realtà capovolta come se fosse quella giusta. Il silenzio degli onesti, in questo Paese, è diventato la più potente forma di complicità.
La violenza invisibile del torto sportivo
C’è una violenza che non lascia lividi ma spezza qualcosa di profondo. È la violenza di chi lavora onestamente e viene derubato del frutto della propria fatica. È la violenza subita dal ragazzo che si allena all’alba, che sacrifica l’adolescenza per un sogno, e poi vede quel sogno dissolversi non per i suoi limiti ma per il sopruso altrui.
È la violenza fatta ai tifosi, che spendono soldi guadagnati con fatica per abbonamenti televisivi, per trasferte, per magliette, nella fede che lo spettacolo cui assistono sia autentico. Quella fede viene violentata ogni volta che un fischio falso decide una partita. Ogni volta che un VAR fa finta di non vedere. Ogni volta che il sistema protegge se stesso invece di proteggere il gioco.
È la violenza in danno degli scommettitori che non immaginano .
È la violenza fatta all’Italia. Perché un campionato corrotto non produce campioni. Produce atleti abituati a subire, abituati alla scorciatoia, abituati a un calcio storto. E poi ci stupiamo che la Nazionale non si qualifichi ai Mondiali. Ci stupiamo che i nostri calciatori all’estero facciano fatica. Non dovremmo stupirci: stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato.
L’appello ai valori: lo sport come specchio dell’uomo
Pierre de Coubertin, il fondatore delle Olimpiadi moderne, scrisse che lo sport è «la scuola del carattere». Non la scuola della vittoria — la scuola del carattere. Perché lo sport insegna qualcosa che nessuna aula universitaria può insegnare: che si può perdere con dignità, che si può vincere senza umiliare, che il confine tra il bene e il male sul campo di gioco è lo stesso confine che vale nella vita.
Quello stesso sport oggi, in Italia, viene usato per insegnare l’esatto contrario. Che conta solo vincere. Che l’importante è il risultato, non il modo. Che le regole sono per i deboli e le scorciatoie per i furbi. È un veleno che entra nello sport e poi contamina tutto il resto: la politica, l’economia, i rapporti umani.
Io credo ancora nei valori dello sport. Credo nella lealtà come valore assoluto, non negoziabile. Credo nel merito come unico metro di giudizio sul campo. Credo nella trasparenza come diritto di ogni atleta, di ogni tifoso, di ogni cittadino che investe il proprio tempo e il proprio denaro in una competizione. Credo nella dignità della sconfitta, che vale mille volte più di una vittoria conquistata nel disonore.
Questi non sono valori romantici o ingenui. Sono i fondamenti senza i quali lo sport non esiste. Senza questi valori, quello che si gioca nei campi italiani è intrattenimento taroccato, non sport. È una finzione televisiva, non una competizione. È un’industria di emozioni false venduta a un pubblico che merita rispetto.
Cosa chiedo: il coraggio del cambiamento
Ho firmato, insieme ai miei colleghi e spero lo faranno in tanti una formale diffida alla FIGC, alla Lega Serie A, al CONI e all’AIA. Abbiamo chiesto la sospensione del campionato o, in subordine, del riconoscimento dello scudetto 2025/2026. Abbiamo chiesto la sospensione delle scommesse sportive. Abbiamo chiesto arbitri internazionali, siamo pronti a chieder ed insistere per il commissariamento delle istituzioni ed organi sportivi italiani .
So che queste richieste faranno ridere qualcuno. So che ci sono poteri enormi in gioco, interessi economici che misurano il loro peso in miliardi di euro, convenienze consolidate che non vogliono essere disturbate. Ma so anche che ogni battaglia giusta è cominciata con qualcuno disposto a sembrare pazzo agli occhi di chi ha interesse a mantenere le cose come stanno.
Chiedo alla FIGC il coraggio di riformarsi prima di essere commissariata. Chiedo alla Lega Serie A di mettere la credibilità del prodotto davanti agli interessi di breve periodo. Chiedo all’AIA di fare un passo indietro — un passo che è in realtà un atto di rispetto verso se stessa e verso lo sport. Chiedo alla magistratura sportiva e ordinaria di fare il proprio dovere senza guardare in faccia a nessuno.
Ma chiedo soprattutto a tutti noi — tifosi, giornalisti, atleti, dirigenti, cittadini — di smettere con il silenzio complice. Di tornare a chiamare le cose col loro nome. Di ricordarci che lo sport è nostro, non di chi lo gestisce. Che il campo appartiene a chi ci gioca con onestà, non a chi lo usa per fare affari.
Lo sport ha bisogno di giustizia per sopravvivere. La giustizia ha bisogno di coraggio per esistere. Il coraggio comincia sempre da qualcuno che dice: basta.
Avv. Angelo Pisani è avvocato del Foro di Napoli, fondatore del progetto antiviolenza 1523.it, Presidente dell’associazione Noi Consumatori e fondatore di VERITAS – Difesa contro False Accuse e Violenze. È legale rappresentante dell’Associazione Club Napoli Maradona «L’Avvocato del Dios».
Napoli, 27 aprile 2026
IL TESTO INTEGRALE DELLA DIFFIDA



